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“Una terra promessa dove crescere”… le nostre abilitazioni

Fino a pochi anni fa, pensare di scrivere un articolo come questo sarebbe stata pura fantascienza…

Sono dei veri viaggi della speranza verso una terra promessa, per molti ignota. Giovani e meno giovani lasciano a casa figli, mariti, mogli e nonni, salgono su un aereo, con destinazioni  impronunciabili, luoghi sconosciuti,  dove si parla una lingua apparentemente simile alla loro, senza essere però in grado di comprenderla. Una volta arrivati,  si guardano intorno con curiosità, a volte indifferenza, con timore o anche diffidenza.abilitazione2

Alcuni di loro sono colpiti dalla serietà della gente, altri dai visi tristi dei passanti, c’è chi apprezza la cultura del posto e c’è chi vede solo l’arretratezza. C’è chi per giorni percorre un unico tragitto,  tra albergo e “lavoro” e quando torna a casa non conosce nulla più del posto in cui è stato e dove dovrà ritornare fra qualche mese. Non sa ancora pronunciare il nome della città e non sa nulla della sua storia o della sua cultura.  C’è chi invece sceglie di confondersi con la gente del posto, per conoscere e capire, superando i pregiudizi e dimenticando giudizi troppo affrettati dettati da stereotipi. C’è chi non vede l’ora di ritornare a casa e chi, una volta a casa, non vede l’ora di ritornare in quella città che si è rivelata una bellissima sorpresa, anche insieme ai figli. C’è chi porta con se, per il viaggio di ritorno,  qualche libro di un poeta appena scoperto e subito amato.

Per ognuno di loro, albaiuliaun paese finora sconosciuto è diventato in modo inaspettato non il paese dei sogni, ma di un sogno  preciso, quello di un futuro lavorativo migliore e di una vita sicura.

A questo punto vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalle mie parole e di non passare subito a conclusioni affrettate. Anche se vi sembrano cose già lette, discorsi ridondanti e argomenti scontati, vi assicuro che non parlo delle migliaia di immigranti che si incamminano ogni giorno sulla strada della speranza in terre lontane. Non parlo dei rumeni, degli albanesi, dei moldavi, degli ucraini che hanno scelto Italia come la loro terra promessa. Non parlo dei disperati che arrivano via mare e che pagano i risparmi di una vita per un viaggio che spesso non riescono nemmeno a portare a buon fine. No, non parlo di loro.

Pabilitazione-romania-copiaarlo delle centinaia di insegnanti e laureati italiani che salgono su un aereo, con destinazione… Romania, con lo scopo di ottenere l’ambita abilitazione per poter insegnare in Italia o la specializzazione di sostegno. E’ stato detto che la Romania è diventata una vera fabbrica di specializzazioni, si è parlato di un vero business, sono state fatte anche  interpellanze parlamentare in merito a quello che viene chiamata la “scorciatoia estera” delle abilitazioni.

In breve, ecco cosa succede: grazie all’aiuto di agenzie specializzate che si fanno pagare tra i 7mila e i 10mila euro, è possibile iscriversi ad un corso intensivo universitario presso un ateneo di Bucarest o di un’altra città romena. Si accede ai corsi di lingua rumena senza alcuna prova di ingresso e senza alcun tirocinio si raggiunge il traguardo. Nell’arco di un anno e alla fine di tre, quattro viaggi fatti in Romania si ottiene l’abilitazione all’insegnamento. Ovviamente, tutto in romeno! A questo punto, non resta che tornare in Italia e richiedere al ministero dell’Istruzione di riconoscere il titolo.

Non mi interessa l’aspetto formale o legale della questione e nemmeno quello morale.

abilitazione3-copiaPenso a tutte le volte in cui mi è stato detto che la mia laurea in lettere ottenuta in Romania, nel 1992, alla fine di un percorso universitario di 5 anni e di 61 esami, 4 anni di insegnamento nei licei non valeva niente, a tutte le volte in cui venivo trattata con sufficienza ed arroganza da quelli che ritenevano una laurea rumena inferiore ed imparagonabile ad una ottenuta nel Bel Paese.
“Vabbè, che vuoi che conti una laurea rumena?”, lo sentivo così spesso che avevo smesso di dire che ero laureata!

Aabilitazione6desso, sapere che i futuri insegnanti dell’Italia si preparano negli atenei rumeni mi riempie di orgoglio. Sapere che seguiranno gli stessi corsi miei di psicologia o di pedagogia, in rumeno, mi fa sperare che potremo scambiarci a breve idee ed opinioni, da collega a collega.  Poi, se qualcuno di loro condivide in rete la sua meraviglia di aver scoperto la Romania, pubblicando foto, emozioni, sensazioni e qualche poesia (che io amo),  tradotta in italiano, ben venga! Se ognuno di questi spenderà una buona parola sul mio paese quando sarà in classe, davanti ai suoi studenti, magari in rumeno, allora non sarà stato tutto solo un barbatrucco!




Natale in Romania: Ignat, il rito pagano e il maiale divino

Se penso a me bambina e al Natale in Transilvania, mi assale una tempesta di ricordi indomabili.  Sono quelle sensazioni forti e contrastanti che, quando vivi lontana dalla tua terra, impari a tenere a bada perché sai che hanno la forza di farti sentire fragile e vulnerabile, in un modo spesso devastante.

Natale è il profumo inebriante di resina e bosco che avvolgeva il tepore della casa, quando portavamo l’abete appena tagliato.slitta-cavalli

La mattina della vigilia andavo con mio nonno nel bosco,  su una slitta tirata dai cavalli, che faticavano a farsi strada tra la neve che scendeva incessante. Mi affascinava guardare dietro e seguire le nostre orme sparire all’istante; mi spaventava il pensiero che avremmo potuto perdere la strada del ritorno.

Natale è anche l’odore del pane appena sfornato che lasciava nell’aria una scia fumante, nel tratto che mia nonna percorreva tra il cortile e la cucina; il profumo amaro dei semi di papavero ammorbiditi nel latte e la vaniglia, che riempivano i cozonac, i nostri dolci natalizi; l’odore penetrante della legna su cui i fiocchi di neve tracciavano i propri disegni ghiacciati, che scomparivano davanti al calore del camino.

Tra tutti i ricordi della mia infanzia c’è ne uno forte e violento, che ho chiamato il mio “silenzio degli innocenti” (dopo aver visto il film omonimo, con Jodie Foster e Anthony Hopkins).  Mi rivedo con le mani che mi coprono le orecchie mentre corrodolci-papaveri in cantina a nascondermi per non sentire tutto il trambusto che animava il cortile dei miei nonni il 20 dicembre, il giorno di Ignat, in cui, per tradizione millenaria, avveniva il sacrificio del maiale. In realtà non mi nascondevo solo per non vedere e sentire il povero animale che veniva ucciso, ma anche perché gli anziani del villaggio credevano che il maiale faceva più fatica a morire se in giro c’era qualche anima compassionevole. Rivedo il cortile grande, sommerso dalla neve insanguinata…

La tradiziomaiale-fuocone di ammazzare il maiale nella giornata di Ignat (un santo della chiesa ortodossa che si festeggia il 20 dicembre, il cui nome proviene dal latino “ignis”, fuoco) ha le sue radici nel rituale precristiano degli antichi Daci.
Nel giorno del solstizio d’inverno, sacrificavano il maiale perché simbolo della divinità delle tenebre, capace di indebolire la luce del sole nella giornata più corta dell’anno. Il sacrificio era un modo di venire in soccorso al sole.maiale

Era credenza comune che il maiale non sacrificato in questo giorno non sarebbe più ingrassato. Ignat era una sorta di ultimo giorno suino!

Non sono convinta che le motivazioni antropologiche possano aiutare a capire il significato di un rituale apparentemente barbaro in cui l’animale veniva benedetto con acqua santa, poi sgozzato davanti a tutta la famiglia, compresi i bambini, in un’atmosfera di grande festa.

Dopo aver ammazzato l’animale, lo si gira verso est coperto con della paglia e si fa un grande fuoco per eliminare il pelo. Successivamente viene lavato con acqua calda, raschiato con un coltello e infine tagliato. Prima bambini-maialeperò si fa il segno della croce sulla fronte dell’animale e si pronuncia la frase “Dio, aiutaci a mangiarlo in salute!”. Qualche volta, la pulitura è preceduta dalla tradizione di coprirlo con una coperta in modo che i bambini possano salirci sopra e saltellare perché si crede che in questo modo cresceranno belli e sani.
Forse vi starete chiedendo se anche io ci saltavo sopra oppure preferivo restare chiusa in cantina tutto il giorno… beh, a cinque anni è ragionevole supporre che volessi crescere bella e sana! In più, l’occasione di mangiare un pezzo di orecchio o di coda che i più piccoli si contendevano era un’imperdibile delizia…

Con i prodotti del maiale, le donne preparavano i cibi tradizionali per la cena di Natale: cârnați (salsiccia), caltaboși (un tipo speciale di salsiccia), jumări (ciccioli), slănină afumată (lardo affumicato). Alcune di queste specialità si affumicavano secondo metodcibi-natalizii trasmessi da una generazione all’altra.

Calata la sera, il capofamiglia imbandiva la tavola e offriva la cena chiamata pomana porcului (una specie di dono per l’anima dell’animale),  a base di carne fresca di maiale e tanta grappa bollita con pepe nero macinato. Alla cena venivano invitati non solo tutti quelli che avevano aiutato alla preparazione dei cibi,  ma anche i vicini.

Molto tardi, nella notte gelida, sentivamo i passi traballanti dei vicini che affondavano nella neve ghiacciata, sommersi dai fumi dell’alcol e del…lardo.

 




Sibiu, la città dove i tetti hanno occhi e i ponti orecchie

Pensate ad una fuga romantica in un posto innevato dove l’atmosfera è fiabesca e i gradi sotto zero risvegliano in voi il gusto dell’avventura; no, non volete scegliere uno di quei luoghi inflazionati dai “romantici seriali”, con strade troppo consumate da passi innamorati. Diciamo che avete voglia di scoprire un posto romantico e, allo stesso tempo, misterioso, dove i tetti a falde hanno occhi che ti sorridono dagli sibiu-inernoabbaini e sonnecchiano dalle soffitte, i ponti hanno orecchie e traballano al sentire di una bugia (soprattutto d’amore)… non sto delirando, seguitemi!

Ok, forse non pensavate proprio ad un posto come questo perché probabilmente non sapete nemmeno della sua esistenza. Si chiama Sibiu, si trova nella terra al di là della foresta,  la Tran-silvania, e il quotidiano britannico The Guardian, l’ha scelta tra le dieci città europee più adatte per una fuga romantica invernale.

Altro che vampiri, lupi mannari e castelli tenebrosi! La Transilvania è molto di più, è ricca di storia e cultura,  di castelli medievali, poderose chiese fortificate, città di mercanti, edifici mitteleuropei, villaggi rurali che conservano ancora l’aspetto e le tradizioni dei secoli che furono. La composizione etnica della regione è ancora più complessa: due popoli “misteriosi”, i siculi ungheresi (Székely) e i sassoni tedeschi, vi hanno vissuto insieme ai rumeni, contribuendo ad arricchire il suo patrimonio culturale. Inoltre,  la comunità zingara, la più numerosa d’Europa, è perfettamente integrata nella vita del paese. E’ una Babele moderna in cui si parlano abitualmente il rumeno, l’unmercatini-natalegherese, il tedesco e il romanes.

Siamo sempre in Transilvania e non può mancare una leggenda a spiegare la colonizzazione di questa terra da parte dei sassoni.

Vi ricordate la storia del pifferaio magico di Hamelin che, per vendetta verso la città che non lo aveva pagato, dopo averla liberata dai ratti, rinchiude tutti i bambini in una grotta e li lascia morire? Nella maggior parte delle versioni non sopravvisse nessun bambino, ma varianti più recenti introducono un lieto fine in cui i bambini entrano in una caverna seguendo il pifferaio magico ed escono nella grotta di Almaș,  in Transpiazza-huetilvania. I bambini portati dal pifferaio magico sarebbero i primi sassoni arrivati in questa terra.

Sibiu, soprannominata anche la piccola Vienna,  è una delle città più rappresentative delle Transilvania, ed è proprio per questo motivo che è stata eletta, nel 2007,  capitale europea della cultura.

Questa città è stata all’avanguardia praticamente su tutto in ogni epoca. A Sibiu vennero aperti l’ospedale più antico della Romania, nel 1292, la prima scuola romena,  la prima farmacia, il primo teatro. Qui venne stampato anche il primo libro in lingua rumena e aperto il primo museo del paese, Brukenthal. Nel 1797 venne aperto a il primo laboratorio omeopatico al mondo, nel 1896 fu la prima città rumena a utilizzare l’energia elettrica; nel 1904 fu la seconda città europea ad avere una linea di tram urbani alimentati ad elettricità.

Nella storia più recente,brukenthal Sibiu ha scritto una pagina importante durante la rivoluzione anticomunista del 1989. Dopo Timisoara fu la seconda città dove la popolazione uscì per le strade a manifestare contro il regime. In quei giorni, a Sibiu, morirono 99 persone.

Quello che affascina oggi è il modo armonioso ed incantevole in cui convivono due atmosfere apparentemente discordanti, quella un po’ moderna, bohemienne degli splendidi caffè, degli edifici sbiaditi, piazza-piccola3con gli artisti di strada e gli innumerevoli festival che si susseguono per tutto l’anno (tra i più rinomati,  il Festival di Jazz e il FRINGE, il Festival di teatro, considerato a pari con quello di Edimburgo) e quella favolosamente medioevale, con gli artigiani al lavoro davanti a vecchie botteghe e infinite mura, bastioni e torri a proteggerla.
Ogni passeggiata a Sibiu inizia dal suo cuore, ossia dalla Piazza Grande, dichiarata Patrimonipiazza-grandeo Unesco. La piazza è delimitata da un complesso colorato di case barocche, come la Casa Blu,  o rinascimentali, come la Casa Haller, con elementi gotici e facciata ornata da leoni.  L’attrazione turistica più importante è il Palazzo-Museo Brukhental, uno dei più importanti edifici barocchi della Romania, ispirato ai palazzi viennesi. E’ stato costruito nel XVIII secolo, dal barone Samuel von Brukenthal, dopo essere diventato il governatore della Transilvania,  come residenza ufficiale e per ospitare la sua vasta collezione d’arte. tetti

Gli edifici che si affacciano sulla piazza hanno una caratteristica singolare: si tratta dei famosi tetti con delle particolari fessure che sembrano occhi che osservano, curiosi, maliziosi e a volte inquietanti. Se volete sfuggire agli sguardi indiscreti dei tetti potete salire nella Torre del Municipio, o la Torre dell’Orologio, del XIII secolo, arrampicandovi sui 141 scalini a chiocciola. La magnifica vista sulla città vi ripagherà di tutta la faticatorre-municipio

Dalla Piazza Grande, passando sotto l’arco della medievale della Torre, si sbuca nell’adiacente Piazza Piccola, invasa dalle terrazze di bar e ristoranti. La strada che da questa piazza scende verso la città bassa è dominata dal Ponte delle bugie. E’ credenza comune che la strutturaponte-delle-bugie abbia orecchie in grado di riconoscere una bugia al punto da cominciare a gemere e traballare. Si racconta che i prìncipi portavano qui le loro future spose a giurare sulla proprio illibatezza. Se il ponte traballava, il principe ingannato buttava giù la ragazza. Un’altra leggenda dice che i cadetti della vicina Accademia Militare baciavano le loro ragazze e facevano promesse spesso non mantenute, ma venivano smascherati. Qualunque sia la verità, una cosa è certa: il ponte è ancora in piedi, dal 1859,  e, nonostante il traballio, di bugie ne avrà sentite sicuramente tante!
Nbiserica-evanghelicaella bellissima Piazza Huet, interamente circondata da palazzi ed edifici dallo stile gotico, si trova la Chiesa Evangelica, del 1300, molto simile alla Chiesa di San Vito di Praga.  Tra le opere conservate al suo interno, due in particolare non possono assolutamente essere tralasciate: si tratta dello splendido crocifisso in legno, del 1445, e del più grande organo della Romania, con 10.000 canne, attualmente utilizzato per importanti concerti.
Finito il giro nella città bassa, al tramonto non perdetevi il cosiddetto “Passaggio delle Scale”, scalinatapassaggio stretta tra mura e case di pietra che collega città alta e città bassa. Con i suoi colori, i suoi archi e la sua prospettiva vi regalerà uno spettacolo unico. Arrivati nel centro storico, fermatevi in uno dei tanti locali della via pedonale Nicolae Bălcescu (tra le più antiche, è del 1492) che di giorno affascina con cortili interni, negozi, laboratori artigianali e vecchi caffè e di sera diventa il cuore pulsante della vita notturna di Sibiu.
cioranMentre assaporate i profumi e gli aromi intensi delle cucine tipiche, tedesca, ungherese e rumena (e i fumi della grappa), leggete un po’ di Emil Cioran, il grande filosofo e saggista che è nato in un paesino vicino e che diceva spesso: “In questa vita non ho amato che tre luoghi: Sibiu, Dresda e Parigi“. Chi sa a quale strada di Sibiu pensava quando scriveva: «Guardo con ineffabile nostalgia quella piccola via solitaria, dove mi piacerebbe passeggiare in questo momento! Impossibile immaginare la mia giovinezza senza di essa”?
 



Emil Cioran e i videogames

Mi piace immaginare che Emil Cioran,  il grande filosofo rumeno scettico e nichilista, il cavaliere del malumore cosmico, avrebbe chiamato il suo amico di tutta una vita, Mircea Eliade, alle prese con la sua monumentale Storia delle Religioni, o l’altro grande amico, il drammaturgo Eugen Ionescu, impegnato nel suo Teatro dell’assurdo, per farsi due risate ciniche e per parlare di… videogiochi!  Questo dopo aver saputo che l’ultimo lanciato sul mercato si apriva con uno dei suoi più conosciuti aforismi:

Noi non abitiamo una nazione ma una lingua. Non bisogna commettere errori: la nostra lingua è la nostra madre patria.

Un dialogo surreale, senza dubbio, nel quale sarebbe spuntato forse anche il nome di Mark Twain, anche lui ignaro protagonista di un altro videogioco, nel 2014. “Sono in buona compagnia”, avrebbe detto Cioran, e forse avrebbe ricordato che lui non amava guardare nemmeno la Tv e che non ne aveva mai posseduta una! Infine sarebbe inevitabilmente sprofondato nella sua ineffabile nostalgia. 

metal gearIl videogioco Metal Gear Solid V: The Phantom Pain,  prodotto dal giapponese Hideo Kojima, è uscito nel settembre 2015 e fa parte della saga del Big Boss, l’eroe svegliato dal coma dopo 9 anni, in questa edizione distrutto, umiliato dalla guerra e dalla violenza. Il gioco è un viaggio surreale nella sua mente travagliata prima, dopo e durante il coma.

L’aforisma di Cioran introduce il tema più importante di questo videogioco. Si parla di una guerra che porta la perdita di identità, la cancellazione dell’uso della propria lingua, un vero e proprio dramma esistenziale.  Il protagonista,  con il suo inglese marcatamente est-europeo, ci fornisce indicazioni geografiche sulla terra che ha perso.

Non è un caso che i creatori del gioco abbiano scelto le parole di Emil Cioran, una vita la sua in cui la perdita di identità è centrale. Scrittore e filosofo rumeno, trasferitosi in Francia e divenuto uno dei più apprezzati scrittori in lingua francese del ‘900, ha smarrito la sua terra, lasciata nel 1937 per una borsa di studio a Parigi, per non rivederla mai più. E’ rimasto tutta la vitacioran studente apolide, non ha mai chiesto la cittadinanza francese e paradossalmente quella rumena gli è stata ritirata dal regime comunista dopo la sua “fuga”. A 31 anni era ancora un eterno dottorando e mangiava alla mensa universitaria. Viveva in una modesta pensione parigina pagata col supporto dell’amico Mircea Eliade, console in Portogallo all’epoca, che gli inviava pacchi di sigarette che Cioran vendeva di notte in qualche bar. Si narra che con una stecca di Camel riuscisse a pagare la pensione per un mese. 

Non è mai stato ricco, nemmeno quando era diventato uno scrittore di culto. Non amava i salotti né i premi letterari. In tutta la sua lunga attività ne accettò uno solo, nel 1950, il premio Rivarol,  per il suo libro di debutto in Francia, Sommario di decomposizione.

“Non si può accettare denaro per le cose terribili che dico“, ripeteva.

Non concedeva quasi mai interviste, non guardava la Tv, non leggeva i giornali.  Il filosofo nichilista, misantropo e pessimista si sentiva prigioniero di una metropoli intellettuale soffocante, fatta di cemento e ideologismi alla moda.  Quando Albert Camus gli aveva detto: “E’ ora che lei entri nella circolazione delle idee“, Cioran gli rispose: “Vai a farti fottere”. Amava Parigi solo perché, secondo lui,  era la città ideale per un fallito, l’unica città al mondo dove si può essere poveri senza averne vergogna, senza complicazioni, senza drammi.

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Emil Cioran nel suo appartamento a Parigi

E’ stato un teorico del suicidio senza averlo mai tentato. Quando, nel 1988, si diffuse la voce che l’avesse fatto, France presse, gli telefonò ed ottenne questa risposta:

La mia opera non è un’ apologia del suicidio, ma il suicidio è un’ idea benefica, un potere, una forma di libertà . La vita è sopportabile perché c’ è la possibilità di uccidersi

Il suo più grande dilemma interiore è rimasto per tutta la vita l’appartenenza ad una cultura minore, ad una lingua che nessuno conosceva. Ha vissuto l’esilio diviso tra rabbia e nostalgia, proclamando spesso la sua estraneità alla Romania, al “genio di un popolo irrealizzato” destinato “a vivere e morire per niente”. Nel 1939, mentre traduceva in romeno Mallarmé, decise che non sarebbe mai più rientrato in Romania e che avrebbe scritto solo in lingua francese:

Improvvisamente mi sono detto: “Che assurdità! A cosa serve tradurre Mallarmé in una lingua che nessuno conosce? Che cosa vuoi che faccia col mio romeno a Parigi? Avevo rotto con la Romania: non esisteva più per me (…) rappresentava solo il passato. Perché, allora, scrivere in romeno?

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Eugen Ionescu, Mircea Eliade e Emil CIoran a Parigi

Sembrerebbe che volesse a tutti i costi dimenticare il suo paese, tanto amato, tanto odiato, abbandonando anche la propria lingua. I suoi libri scritti in francese furono tradotti in rumeno solo dopo la caduta del regime comunista, nel 1989. In Romania, gli autori esiliati, come Mircea Eliade, Eugen Ionescu e Cioran furono messi al bando e rimasero proibiti per 50 anni!

Odiava in modo inesauribile il comunismo e odiava anche Jean Paul Sartre, che ne era l’apostolo parigino. Sedevano uno accanto all’altro al caffè Flore senza scambiarsi neanche una parola. Il suo odio era dettato non solo dalla consapevolezza che il regime comunista aveva mutilato la coscienza del suo popolo, ma soprattutto perché fu lo stesso regime che gli impedì,  per ben 32 anni,  di rivedere il fratello Aurel rimasto in Romania. Mentre Emil Cioran viveva il suo esilio parigino, il fratello veniva condannato a 7 anni di prigione e 8 di lavori forzati, per le sue scelte politiche. Emil sentiva ancora più profondamente l’affetto per la sua famiglia. Da Parigi inviava vestiario, cibi, libri e medicinali, di vario genere, accompagnati da consigli medico-farmaceutici.  Il fratello era come lui, un malinconico incline alla depressione, ma, paradossalmente, è proprio Emil, lo scettico, il re dei pessimisti per definizione, che lo spronava a non lasciarsi andare, a non arrendersi.  E’ stato sicuramente il legame così forte tra i due che ha impedito a Cioran di abbandonare e negare definitivamente le sue origini.

Emil CIoran con il fratello Aurel

Con l’avanzare dell’età, avvertirà sempre più forte il richiamo della propria terra di origine, percepirà istintivamente di essere più romeno di quanto lui stesso volesse o pensasse. Quel fatalismo che aveva attribuito più volte al popolo romeno in realtà gli apparteneva pienamente, come un marchio indelebile, diventato nel tempo l’essenza stessa della sua filosofia e dello scetticismo che ha caratterizzato tutta la sua opera.

“Il popolo romeno, curiosamente, è il popolo più fatalista del mondo. Quando ero giovane mi indignava quel ricorrere a concetti metafisici dubbi – come il destino, la fatalità per spiegare il mondo. Ed ecco che, ora, più invecchio più mi sento vicino alle mie origini. La lingua si vendica su di me, più invecchio e più spesso sogno in romeno. E non posso oppormi a questo” diceva, consapevole di non essere riuscito a “spogliarsi” completamente dell’ingombrante Romania.

La sua casa natale a Rasinari

Malato di Alzheimer, vive gli ultimi 5 anni  senza memoria, incapace di ricordare chi era e cosa aveva fatto nella vita. Negli ultimi giorni, un evento inatteso! Dopo 50 anni trascorsi nel tentativo di cancellare la sua lingua, improvvisamente comincia a parlare di nuovo in rumeno!
I medici hanno spiegato che il ritorno alla lingua materna fa parte del processo dell’oblio: lentamente la malattia ti “confisca” tutti i ricordi in ordine inverso finché,  alla fine,  rimani con la lingua materna e con i primi ricordi dell’infanzia.

Quando muore all’età di 84 anni, Emil Cioran è un bambino felice nel suo maledetto e splendido paese natale, Rășinari, il suo paradiso perduto.

Nota
Emil Cioran non è tornato in Romania nemmeno dopo la morte. E’ sepolto a Parigi, al cimitero degli artisti di Montparnasse.

La tomba di Emil Cioran a Montparnasse