Roma-neide, siamo tutti figli di Traiano

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Quando insegnavo lettere in Romania, nel primo liceo si iniziava con i quattro miti fondamentali della cultura rumena. Il primo tra tutti, il mito dell’etno-genesi del popolo rumeno, ossia la nascita del nostro popolo. Raccontavo ai ragazzi la leggenda secondo la quale l’imperatore Traiano, una volta conquistata la Dacia (l’attuale Romania) , in seguito alle guerre del 101-102dc e 105-106dc, si innamora di Dochia, la figlia del re dei daci,  Decebal.  Quando la vide, alta, esile, capelli lunghi,  occhi chiari, astuta e coraggiosa, rimase folgorato.  C’è un poema epico, dal titolo Traiano e Dochia,  che racconta quello che si suppone che sia avvenuto: l’imperatore tentò di prendere in sposa la bellissima principessa, descritta come una vera amazzone, ma lei lo rifiutò, vedendolo solamente come l’invasore crudele che conquistò le sue terre e distrusse il suo popolo. Decise di scappare e di rifugiarsi nelle montagne Carpati, dove solo i daci riuscivano ad inoltrarsi senza smarrirsi, per sempre. Si tolse i suoi abiti regali e si vestì con un saio da pastore, per non essere riconosciuta. L’imperatore la inseguì e quando le arrivò davanti stese le braccia per fermarla. Dochia chiese allora aiuto al Dio dei daci, Zamolxis.  Il dio la trasformò in una statua di pietra.  Traiano pianse disperato, le mise la sua corona in testa e la dichiarò comunque la sua regina.

dochia“Così nacque il popolo rumeno”, concludevo, in modo metaforico,  la lezione sulla genesi del popolo rumeno. Adesso immaginatevi dei ragazzi di 13-14 anni che, oltre ad essere colpiti dal romanticismo di questo amore impossibile, erano seriamente confusi sul significato di questa leggenda: “Professoressa, non capiamo com’è nato, tecnicamente,  il popolo rumeno se,  quando Traiano la toccò, Dochia si era trasformata in una statua di pietra!”, queste ed altre simili erano le domande volutamente imbarazzanti. Tra insinuazioni e risate, la loro fantasia era inarrestabile, proprio come quella degli autori anonimi e collettivi di questo mito, tramandato oralmente nel tempo. Spetta alla razionalità e ai trattati di storia fare chiarezza tra tutte le contraddizioni presenti nel racconto mitico. E quello che la storia narra sull’invasione della Dacia ha molto di eroico, ma veramente poco di romantico.

In realtàdecebal, la conquista delle Dacia da parte dei romani, sotto la guida dell’imperatore Traiano, fu un’operazione militare durata cinque anni,  che impegnò metà del potenziale bellico dell’impero romano.
Una guerra sanguinosa in cui morirono decine di migliaia di legionari romani e altrettanti daci, molto complicata,  perché il nemico era “estremamente preparato, difficile da sconfiggere e mai domo“, come si legge nei documenti storici dell’epoca.  Erodoto,  padre della storia, definiva i daci come “i più coraggiosi e giusti dei Traci “ per la bravura e il coraggio con cui affrontavano la morte, che  era per loro un passaggio verso l’immortalità dell’anima.  Omero, il grande poeta, scrive : “I Daci possiedono coraggio ed umanità in battaglia, possiedono una educazione morale, che manifestano curando i forestieri e i feriti caduti nella loro terra”.  

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Dacia Felix
era un potente stato, in espansione, con un temibile esercito, un re, Decebal,  che era un grande stratega, un unico Dio, Zamolxis, grazie al quale, diceva Platone, i daci erano immortali. La capitale dell’impero, Sarmizegetusa, era circondata da foreste impenetrabili, una vera fortezza naturale, imprendibile.  La Dacia rappresentava un pericolo per l’Impero Romano, che temeva una grande coalizione dei barbari contro Roma. Altri imperatori prima di Traiano, tra questi, Giulio Cesare e Domiziano, provarono ad invaderla ma furono amaramente sconfitti. Traiano decise di riprovare,  confidando nelle sue doti di grande stratega militare e sperando che, in caso di grande trionfo, sarmizegetusa gli fosse conferito un posto d’onore nella storia del grande impero. Ma Traiano fu attratto anche dal grande tesoro di Decebal, soprattutto perché l’Impero era in quegli anni sempre più povero.  La Dacia aveva numerose miniere d’oro e argento e rappresentava per i romani un vero El Dorado.
All’avvicinarsi dell’esercito nemico, quando la sconfitta era ormai inevitabile, il re Decebal preferì tagliarsi la gola con un pugnale ricurvo piuttosto che cadere prigioniero.
La vittoria fruttò a Roma 350 tonnellate di oro e argento, un tesoro di inestimabile valore, l’ultimo grande bottino dell’Impero Romano.

La storia del tesoro dei daci merita di essere raccontata, perché ha dell’incredibile. Decebal aveva deviato il corso di un fiume, per scavare una buca nel letto, nascosto il tesoro, ricoperto con pietre, e infine aveva riportato il fiume nel suo corso. I romani non l’avrebbero mai trovato se non avessero avuto la soffiata di un soldato vicino al re Decebal, di nome Bicilis. La sua malefica figura ha dato nascita a una parola, bicisnic, che significa, in rumeno,  “uomo senza onore, traditore e leccapiedi”. 

E’ proprio grazie a questo tesoro se a Roma si possono ammirare ancora, dopo 19 secoli, monumenti come il Foro di Traiano, con la sua imponente Colonna Traiana in mezzo. Apollodoro di Damasco, l’architetto preferito di Traiano, aveva già progettato per il suo imperatore il ponte più grande costruito durante l’Impero, il Ponte di Drobeta, sul Danubio, in Dacia. Dopo il suo ritorno a Roma, Apollodoro progettò il Foro di Traiano e la Colonna,  che fu innalzata nel 113dc per celebrare la conquista della Dacia e esaltare la gloria dell’imperatore. Lo scopo di questa meravigliosa opera non era solo celebrativo, ma anche didascalico, in quanto la colonna descrive le imprese più salienti della guerra in Dacia.

La Colonna Traiana è considerata dagli storici il certificato di nascita del popolo Romeno.

Alla morte prematura di Traiano, le sue ceneri furono deposte in un urna d’oro alla base della colonna, considerata uno dei più bei monumenti dell’antica Roma. Un vero kolossal storico, una pellicola cinematografica a spirale, che descrive le campagne militari romane in Dacia.colonna Massacri, devastazioni, teste romane su delle picche, romani che incendiano villaggi, daci fatti prigionieri e deportati, accampamenti in luoghi desolati, sconosciuti alle mappe dei soldati, foreste e monti impenetrabili, Traiano che guarda la testa del re Decebal, portata come trofeo da uno dei suoi soldati. Scene di lotta tra i daci e i romani, immagini terribili raffigurate magistralmente sulla Colonna Traiana, alcune portate a nuova fama cinematografica nel famoso film di Ridley Scott, il Gladiatore.

Che successe in Dacia, la nuova e l’ultima provincia romana, dopo il ritorno di Traiano a Roma? Rimase sotto l’occupazione romana fino al 271, una dominazione storicamente racchiusa in meno di due secoli, ma che lasciò un’impronta duratura nella regione, tanto che la lingua rumena – che si sarebbe sviluppata nei secoli successivi – è considerata lingua romanza come l’italiano, lo spagnolo, il portoghese e il francese.
Nonostante l’isolamento della regione, lontana da Roma, in una zona successivamente occupata da slavi e magiari, il rumeno ha una forte radice latina.

Della dominazione dell’Impero romano resta il nome di una nazione, la Romania, un’isola di latinità sopravvissuta nell’Europa Orientale, e una lingua che ha nel suo lessico oltre il 70% di parole di origine latina. Tante parole, certo, ma non abbastanza per includere nella lista anche quelle dell’amore che sono invece di origine slava*. Mi piace pensare che le parole che mancano sono quelle che  l’imperatore innamorato non fece in tempo a pronunciare alla sua principessa amata.

*Appendice amorosa della lingua rumena:
ti amo-te iubesc;
cara-dragă;
amata-iubită;
amore-iubire, dragoste. 

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