Quando i “rumeni” erano gli italiani

emigrati
image_print

Andiamo in Transilvania 
a menar la carioleta 
che l’Italia povereta 
no’ l’ha bezzi da pagar. 

E’ davvero difficile da credere oggi, ma così canticchiava il ricco nord del Triveneto all’inizio del ‘900, quando la madrepatria italiana non aveva abbastanza soldi (“i bezzi”)  per pagare gli stipendi e il sogno americano era costituito nientemeno che dalla Transilvania, in Romania!

L’Italia, si sa, è spesso terra dalla memoria corta e la locuzione di Cicerone “historia magistra vitae” non accompagna sempre un popolo nella sua memoria collettiva.
Gli stranieri vengono a “rubare” lavoro, portano delinquenza, “invadono” le città… eppure non molto tempo fa erano gli italiani a subire gli stessi pregiudizi, con sofferenze, in viaggio con il dolore nel cuore e la speranza negli occhi.
Nei primi anni del ventesimo secolo, erano proprio gli italiani ad abbandonare le povere terre del Veneto e del Friuli alla ricerca di migliori condizioni di vita in Romania. Oggi, gli italiani che fanno valutazioni “etniche” dimenticano di frequente che chi ha lasciato la propria vita alle spalle con una carriera lavorativa e una famiglia, scegliendo un futuro da badante o muratore con la laurea in tasca, non lo fa affatto a cuor leggero.

I rumeni e gli italiani hanno un passato comune di emigrazione ed immigrazione e la storia, non molto lontana,  ne è testimone.

Nel giro di trent’anni, dal 1871 al 1901, il numero degli emigranti italiani che lasciano il loro paese e vanno in Romania cresce da 870 a 8000 persone(!) Visto il grande flusso migratorio e l’interesse per la Romania, nel 1901, il ministero degli Esteri italiano pubblica un “manuale dell’emigrante italiano in Romania“, contenente tutte le procedure burocratiche da seguire per raggiungere il paese, superando i severi controlli della dogana romena. Passaporto valido, contratto di lavoro e permesso di soggiorno, questi erano i documenti indispensabili per poter entrare in Romania. Era prassi comune espellere gli emigranti alla scadenza del loro permesso di soggiorno.
Situazioni non molto distanti dalle attuali  con un solo particolare: i ruoli sono inversi! Non vi sembra un paradosso storico?!

Nel 1892 il delegato italiano Beccaria Incisa scrive a proposito dei lavoratori nostrani in Romania che “gli italiani sono molto contenti degli stipendi che ricevono, molto più alti di quelli che possono avere nel loro paese“, “In un anno la somma totale dei risparmi accumulati dai lavoratori italiani è di circa 4 milioni di lire, in oro” rapporterà qualche anno dopo l’ispettore per l’immigrazione Di Palma.
Gli emigranti lavoravano nell’edilizia, costruivano ferrovie, erano minatori, fornivano in buona parte manodopera qualificata – motivo per cui negli anni ’40 Mussolini li richiamerà in Patria, riducendo drasticamente gli espatri – .
Hanno costruito in Romania infrastrutture, strade, chiese, teatri, ponti, scuole… In più, sono stati i maestri pietrai italiani a costruire,  per le grandi famiglie nobili rumene, dei monumenti funerari considerati delle vere e proprie opere d’arte e ad insegnare ai rumeni il mestiere.

Nel 1930 le statistiche mostrano che in Romania vivevano circa 60.000 italiani, una piccola ma consistente comunità, con inevitabili problemi di integrazione sociale.
Il governo rumeno usava spesso la mano pesante contro gli emigranti che creavano problemi “d’ordine pubblico” o che,  semplicemente, non avevano documenti in regola. I rimpatri erano all’ordine del giorno. In seguito alle proteste degli operai rumeni  contro gli stranieri che, a loro dire,  gli “rubavano il lavoro” (vi ricorda qualcosa questa frase?) il governo rumeno vara la legge dei mestieri, che imponeva la precedenza degli operai rumeni nelle assunzioni.
Un documento dell’epoca emesso dal Ministero dell’Interno italiano ci da un’immagine della delicata situazione: “Stante il crescente afflusso dei connazionali in Romania, si dispone che le richieste d’espatrio vengano vagliate con massima severità per quanto riguarda la tenuta morale e politica degli interessati“.  Insomma una sorta di  Romania si, ma cerchiamo di fare bella figura!
Ma non era solo questo a rendere difficile la vita ai lavoratori italiani. Ricordo che mia nonna mi raccontò di una sua cugina che si era innamorata di un “talien” (come venivano definiti gli italiani), tale Simone Michetti. I genitori si opposero fortemente al matrimonio proprio perché lui era italiano. L’amore fu però più forte dei pregiudizi e i due scapparono al sud, vicino Tulcea (sede di una numerosa comunità italiana), dove si sposarono, comprarono un pezzo di terra e si dedicarono alla viticultura. Mi ricordo che si parlava poco di loro in famiglia, sottovoce, perché la storia di questo matrimonio che “non s’aveva da fare” fu all’epoca un grande scandalo. Ma i problemi non finirono qui. Quando arrivarono i comunisti, alla fine della seconda guerra mondiale, ordinarono il sequestro di tutti i loro beni.  Per evitare ripercussioni più gravi, Michetti fu costretto a rinunciare alla cittadinanza italiana e a cambiare, naturalizzandolo, il nome in Simion Micheti (con una singola “t”).  Dopo il 1950 Simion ebbe il permesso di tornare in Italia, per brevi periodi, per visitare quello che era rimasto della sua famiglia.
All’inizio degli anni ’50 in Romania vivevano ancora poco più di 10.000 italiani. Il regime comunista aveva vietato l’utilizzo della lingua italiana, chiudendo le scuole, le chiese cattoliche, le biblioteche. Era iniziata la dispersione della comunità italiana. Nel 1951  ebbe luogo un processo farsa a un gruppo di traditori e spie a favore del Vaticano e del centro di spionaggio italiano e, in seguito, molti vescovi e preti cattolici insieme al funzionario italiano Eraldo Pintori, furono condannati a molti anni di prigione. Alcuni morirono, come il prete Clemente Gatti, condannato a 15 anni di detenzione, torturato ed espulso dalla Romania, messo su un treno per Vienna e deceduto poco dopo.

Oggi in Romania vivono circa 3000 discendenti degli emigranti italiani, riconosciuti come minoranza etnica e rappresentati come tali nel Parlamento rumeno. La lista della personalità rumene di origine italiana sarebbe lunga da elencare: attori, scrittori, registi, giornalisti, medici, cantanti…  tutte professionalmente molto apprezzate e spesso presenti in prima persona nella difesa della comunità rumena in Italia, continuamente soggetta a pregiudizi e diffamazioni.
E’ il caso di dire che per una volta la memoria storica non è stata invana maestra!

Commenti


« (Articoli precedenti/Articole precedente)
(Prossimi articoli/Articole succesive) »



2 Commenti / Comentarii to Quando i “rumeni” erano gli italiani

  1. Michele Popescu Jianu scrive:

    Complimenti per l’articolo, davvero ben scritto!

    Vorrei avere alcuni dettagli sulla vita di Eraldo Pintori che fece fuggire mio nonno Demetrio Popescu Jianu nel dopoguerra. Lui era emigrato in Italia circa nel 1922, sposato con italiana a Genova, due figli per poi tornare verso 1935 in Romania per lavoro.
    Ho trovato questo articolo che ne parla.
    https://mihaipelin.wordpress.com/2008/03/30/operatiunea-%E2%80%9Einfiltrarea%E2%80%9C/
    Ti ringrazio se riesci a darmi ulteriori informazioni.

    • Mirela Baciu scrive:

      Salve. Che bel intreccio, affascinante, questo tra l’articolo che ho scritto e la storia della sua famiglia. Comunque, esiste un libro scritto da Eraldo Pintori e Francesco Molinari, che si chiama “Carcerato in Romania” (sono le sue memorie), pubblicato, nel 1992, da La Salette. Spero che troverai dentro le sue pagine le risposte che cerchi. Un abbraccio

Cosa ne pensi? / Ce părere ai?

Your email address will not be published. Required fields are marked as *

*

Follow my blog with Bloglovin